AMBIENTE 1

 

  • Politica ambientale europea:


 

Secondo i trattati (articolo 4 TFUE) l’ambiente è una competenza concorrente tra UE e stati membri. 2

Le prime azioni europee nel campo ambientale apparvero per la prima volta nei primi anni ’70, quando una serie di principi operativi, in seguito inseriti nei trattati europei, furono sviluppati soprattutto con lo scopo di evitare che molteplici e diverse norme nazionali a tutela dell’ambiente avessero un’influenza negativa sul mercato comune.

All’ambiente tuttavia verrà attribuito lo status di vera e propria politica della Comunità solo con il Trattato di Maastricht (1992). Finora lo strumento legislativo maggiormente utilizzato dall’UE in campo ambientale è la direttiva.

Dal 1973 l’UE adotta un Programma d’azione per l’ambiente. Lo scorso novembre 2012 la Commissione europea ha proposto il Settimo Programma d’Azione per l’Ambiente3, che contribuirà a diffondere una comprensione comune delle principali sfide ambientali e delle misure da adottare per affrontarle in maniera efficace in vista del 2020. Il Programma riconosce che l'UE è in ritardo per quanto riguarda numerosi obiettivi ambientali e climatici. È necessario dunque fare di più per migliorare lo stato dell'ambiente e pervenire ad una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Il documento, inoltre, fissa un'agenda strategica per le politiche ambientali e individua gli obiettivi prioritari da realizzare.

La politica ambientale è un’area in cui il supporto pubblico per un’azione europea è grande. Inoltre, l’arena europea si configura come la più adatta per affrontare una serie di sfide ambientali di livello internazionale.

Bisogna dire infine che molte leggi nazionali a protezione dell’ambiente sono state imposte da direttive europee che hanno così contribuito ad aumentare gli standard ambientali nazionali a vantaggio di tutti noi (per esempio la prima legge organica sulla tutela delle acqua del 1999 o la disciplina penale concernente la tutela dell’ecosistema imposta dalla direttiva 2008/99/CE).

  • Obiettivi & principi:


 

Con il Trattato di Lisbona, in vigore dal 1 dicembre 2009, l'art. 191 ribadisce che la politica dell'Unione in materia ambientale è fondata sui principi dello sviluppo sostenibile, della precauzione e dell'azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all'ambiente, nonché sul principio del chi inquina paga.

Per quanto riguarda gli obiettivi della politica ambientale europea, invece, essi sono: la salvaguardia, la tutela e il miglioramento della qualità dell'ambiente; la protezione della salute umana; l’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali; la promozione sul piano internazionale di misure destinate a risolvere i problemi dell'ambiente a livello regionale o mondiale.

 

  • Procedure decisionali:


 

La maggior parte della legislazione europea si adotta attraverso la procedura di co-decisione (art. 192.1 TFUE). Tuttavia, l'unanimità è ancora applicata in relazione alle disposizioni fiscali, alle misure che incidono sulla pianificazione urbana e rurale, alle misure relative alla gestione delle risorse idriche e all'uso del suolo (con il eccezione della gestione dei rifiuti - articolo 192,2 TFUE). Comunque, il Consiglio, su proposta della Commissione europea e previa consultazione del Parlamento europeo, del Comitato economico e sociale e del Comitato delle Regioni, può decidere all'unanimità anche in questi settori di passare alla procedura legislativa ordinaria (articolo 192.2 secondo comma TFUE - "clausola passerella").

  • Principali attori:

DG Ambiente, Agenzia europea per l’ambiente, Commissioni Ambiente, Salute Pubblica e Sicurezza Alimentare del Parlamento europeo, Consiglio Ambiente, Banca europea per gli investimenti, Stati Membri e relative agenzie esecutive, industrie, cittadini, organizzazioni ambientaliste, altri portatori d’interessi.

  • Elementi critici:

 

Ritardo o mancata implementazione della legislazione ambientale da parte degli Stati Membri, soprattutto dell’Italia.

Secondo l’ultimo Internal Market Scoreboard4, l’annuale rapporto della Commissione europea che fotografa il recepimento della legislazione europea negli ordinamenti nazionali, l’Italia si posiziona agli ultimi posti in Europa per le norme comunitarie relative all’ambiente (vedi direttiva per la responsabilità ambientale, inquinamento dell’aria, gestione dei rifiuti, acqua) e trasporti, anche con lo sforamento del limite massimo di ritardo fissato in due anni con successivo processo di infrazione che può concludersi anche con sanzioni pecuniarie. Questo avviene spesso a causa delle risorse economiche necessarie o dei bassi standard ambientali da cui il Paese parte. Nel 2012 l’Italia ha il secondo peggior primato per quanto riguarda il numero di procedure d’infrazione nel campo della legislazione ambientale a suo carico (25, di cui ben 8 casi in cui il Paese non ha rispettato la sentenza della Corte di Giustizia, con la conseguenza che la Commissione ha portato l’Italia nuovamente davanti alla Corte per eventuali sanzioni pecuniarie come previsto dall’articolo 260 del TFEU)5.

 

Certo, gli eurodeputati attraverso lo strumento delle domande scritte indirizzate alla DG Ambiente e il PE attraverso lo strumento della petizione (art. 227 TFUE), attraverso il quale la Commissione “Petizioni” del PE può chiedere alla DG Ambiente di investigare su certi casi a suo nome, possono contribuire al “legal enforcement” della legislazione ambientale comunitaria.

 

La pressione delle grandi lobby industriali, degli interessi privati e della malavita sulle agenzie nazionali e locali preposte all’implementazione ed esecuzione delle normative europee nel campo ambientale, ma anche talvolta nella definizione della stessa politica ambientale a livello europeo (Commissione europea).

 

La sovrapproduzione normativa che spesso crea confusione e un quadro normativo non coerente con altre politiche affini (politica energetica, clima, industria in primis).

 

I costi di implementazione della legislazione ambientale europea (soprattutto per le PMI).

 

Il disastro della politica europea sui bio-carburanti (di prima generazione) Vedi scheda sulla Politica europea dei Trasporti.

 

 

  • Possibili aree di intervento “a 5 stelle”:

 

  • Acque costiere: protezione dell’ambiente e dell’ecosistema marino e delle coste (inclusi i danni potenziali causati dal turismo e dalle attività di pesca e industriali insostenibili).

  • Acque interne, superficiali, sotterranee e di transizione: salvaguardia degli ecosistemi acquatici, azione per prevenire l’abbassamento delle falde acquifere e del loro inquinamento, garantire l’uso efficiente della risorsa idrica garantendone una buona qualità per tutti (acqua pubblica), necessità di raccogliere maggiori dati sul consumo (diretto o indiretto) dell’acqua nell’UE, azione per prevenire e/o mitigare problemi di siccità/allegamenti in concomitanza con il problema del riscaldamento globale.

  • Aria: ridurre le emissioni ( dei gas ad effetto serra: CO2 – diossido di carbonio-, N2O – ossido di azoto-, CH4 – metano - e CFC – clorofluorocarburi-) soprattutto in settori come i trasporti e l’agricoltura in cui molto è ancora da fare.

  • Suolo: fermare il degrado e la cementificazione del suolo fertile (anche attraverso la ripresa della direttiva quadro sulla protezione del suolo che è ferma al Consiglio dal 2006 per volontà di alcuni grandi stati membri, Germania in primis).

  • Natura & Biodiversità: sostenere e preservare la biodiversità, lotta agli OGM (anche nella politica agricola comune e nella politica commerciale – vedi TTIP), creazione di una rete europea di parchi nazionali (aree naturali protette), lotta alle ecomafie, introduzione del reato di ecocidio (cioè il danneggiamento estensivo, la distruzione o la perdita dell’ecosistema di un determinato territorio) nella legislazione europea.

  • Rifiuti: sfruttare la revisione della direttiva CE/2008/98 sui rifiuti per portare avanti la strategia dei “rifiuti zero” lottando contro l’incenerimento dei rifiuti e le discariche, ridurre l’impatto dei rifiuti sull’ambiente attraverso una politica della R&I che promuova l’innovazione del prodotto e di organizzazione (e che coinvolga anche il consumatore finale con azioni di sensibilizzazione mirate) per abbattere e tendenzialmente annullare l’impatto dei rifiuti sull’ambiente, una politica industriale che consenta alle industrie di utilizzare in maniera sostenibile i rifiuti come risorsa nei loro processi produttivi,

  • Sostanze chimiche: proteggere il cittadino e l’ambiente da sostanze chimiche pericolose (in particolare il mercurio) e conoscere meglio i potenziali rischi dei nano-materiali, rivedere la direttiva per gli standard sulla qualità ambientale dell’acqua (prevedendo delle misure per un progressivo phase-out per le sostanze più pericolose), rafforzare accordi internazionali sulle sostanze chimiche e sui rifiuti (Rotterdam, Stoccolma e Basilea).

  • Industria: aumentare responsabilità dell’industria in caso danno ambientale, garantire una maggiore trasparenza all’accesso dei dati conservati dalle industrie in tema di rispetto della legislazione ambientale, rafforzare la Direttiva europea sulla responsabilità industriale per i danni ambientali.

  • Inquinamento acustico: migliore applicazione direttiva 2002 sull’inquinamento acustico (migliore controlli e indicazione/definizione soglie minime di intervento stabilite a livello europeo).

  • Produzione e consumo sostenibili: promozione della produzione e del consumo sostenibile soprattutto all’interno dei contesti urbani e del concetto di Smart Cities and Communities .

  • Rifiuto del TTIP: questo accordo porterebbe all’abbassamento del livello di protezione dei consumatori e dell’ambiente attualmente garantito dalla legislazione europea. Il diritto europeo infatti si basa sul principio di precauzione (un prodotto potenzialmente dannoso, anche se non si hanno prove scientifiche certe, per l’ambiente e la salute non puo’ essere prodotto e commercializzato da un’industria) mentre secondo a legislazione americana il divieto di produzione e la commercializzazione di un prodotto puo’ giungere solo se il regolatore pubblico dimostra che scientificamente quel prodotto è dannoso). La Commissione stessa6, inoltre, ha riconosciuto apertamente che il TTIP intensificherà ulteriormente la pressione sull’ambiente, dato che in qualsiasi scenario si tenga in considerazione, il TTIP aumenterà la produzione, il consumo e la circolazione di beni a livello internazionale.

2 In questo settore, sia l’Unione sia gli Stati membri possono legiferare. Questi ultimi possono esercitare la loro competenza nel caso in cui l’Unione non abbia esercitato la sua o rinunci ad esercitarla. Gli Stati membri possono inoltre chiedere alla Commissione di abrogare un atto legislativo adottato in uno di questi settori condivisi al fine di garantire meglio il rispetto dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità (dichiarazione n. 18 allegata al trattato di Lisbona). Questo significa anche che l’UE può fissare delle regole generali a completamento o accompagnamento dello spazio unico. Inoltre, come per tutte le altre competenze condivise, la norma comunitaria è giustificata solo laddove vi è un interesse europeo. L'Unione fissa allora gli orientamenti, i principi, gli obiettivi e, se necessario, le regole comuni e le norme minime; gli Stati sono responsabili della loro trasposizione dettagliata nell'ordinamento giuridico interno.

6 ‘Impact assessment report on the future of EU-US trade relations’, Strasburgo, Commissione europea, 12 Marzo 2013, sezione 5.8.2.